Le partite delle sanseveresi

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Non ci resta che 'fuocare'

‘San Severo città dei fuochi’, non è solo uno slogan, un claim che dà senso ad una tradizione da spendere nell’arena del marketing territoriale. E’ una filosofia di vita, che accomuna grandi e piccini, amministratori, imprenditori, studenti, disoccupati e ‘cittadini vari’ in un pandemonio di luci, colori, botti e scorrazzate in felpa bucata e cappuccio. E' un amore talmente viscerale da attirare frotte di precedenti evasi dall’angusta realtà socio-economica di un paese del sud in declino, in un’Italia in rotta. Quando ci sono i fuochi a San Severo, l’attenzione è massima, i sanseveresi sparsi per il mondo tornano all’ovile e si fa festa con la calca pronta a travolgerti, a salire sulle impalcature più improbabili, ad occupare qualsiasi pertugio pur di assistere e partecipare … in sostanza affermare: ‘io c’ero’.

I fuochi e i botti sono una scarica di adrenalina pura, ti fanno sobbalzare, scatenare, gioire e un po’ commuovere, ma hanno un inconveniente intrinseco nella loro stessa natura: terminano abbastanza rapidamente, si esauriscono in fretta e alla fine lasciano poco o nulla. Certo, nel mondo 2.0 del villaggio globale, hai il video caricato su Youtube che riverbera il ricordo, la foto sulla pagina Facebook che immortala il momento, ma si tratta di surrogati. I colori e i botti del ‘fuoco’ si vivono in diretta. L’effetto supremo è in quegli istanti di rimbombo e paura misti ad esaltazione. In poche parole i ‘battarij’ o i ‘foc n’aria’ sono tanto belli ed emozionanti, quanto prigionieri dell’istante in cui si realizzano. Sono effimeri. Diradato il fumo, restano i residui delle cartacce bruciacchiate esplose con lo sparo.

La filosofia del ‘fuoco’ è la rappresentazione di una città. A San Severo si vive di momenti, di un qualcosa di incredibile ma che può e deve essere goduto solo per breve tempo. La gente si accalca intorno al trionfo momentaneo, fa di tutto per salire sul cocchio dell’ultimo auriga per strappare pezzi del suo trionfo. C’è la calca, la folla, la cortigianeria densa di complimenti gratuiti e attestati di stima, ma non può, non deve durare a lungo. Non ci riusciamo perché i nostri geni distruttori si attivano inevitabilmente; l’auriga è spodestato dal suo cocchio oppure abbandona i festeggiamenti quando il trionfo non è celebrato come lui si sarebbe aspettato. I complimenti e gli attestati di stima si svelano per quello che sono in realtà – carta bruciacchiata sul manto stradale – e la calca si disperde, pronta ad addensarsi nuovamente intorno ad una nuova filare di botti, ad un successivo trionfatore intenzionato a celebrare la sua festa.

Tutti vanno via, dopo che il finale – solitamente la parte più emozionante dello spettacolo – ha ‘sparato’. I ‘fochisti’ smontano le impalcature. Restano solo i netturbini che, svogliatamente, ripuliscono le strade.

San Severo spende migliaia di Euro per i fuochi e, considerando il tutto, fa anche bene. Sono il nostro manifesto, il simbolo di un popolo che si accende, romba tra invidie ed estasi a dir poco costruite, ma poi si spegne altrettanto rapidamente, tornando nell’oblio di un pozzo senza fondo.

 

OGNI RIFERIMENTO A CESTISTICA, SOCIETA’ DI CALCIO A 5 VARIE, PALLAVOLO E ALTRI SPORT, NEGLI ANNI PASSATI, E AL SAN SEVERO CALCIO, QUEST’ANNO ‘NON’ E’ PURAMENTE CASUALE.

 

ANTONIO PIO CRISTINO

Riproduzione del testo consentita previa citazione dell'autore e della fonte: www.SANSEVEROSPORT.com

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